Il tempo di tre bicchieri

In Mauritania il tè non si beve soltanto. Si prepara, si aspetta, si condivide. E nel tempo necessario per arrivare al terzo bicchiere, spesso succede la parte più importante.
Ci sono momenti, viaggiando in Mauritania, in cui tutto sembra chiedere di andare avanti. La pista è lunga, il sole scende, mancano ancora chilometri. Poi qualcuno posa una teiera sul fuoco.
Da quel momento, per un po', il viaggio smette di essere distanza e torna a essere presenza.
Il tè arriva quasi ovunque: in una casa, sotto una tenda, durante una visita, in una pausa di lavoro, prima di una decisione o semplicemente perché qualcuno è passato a salutare. Non è un intervallo tra cose più importanti. Molto spesso è una delle cose importanti.
Una sosta che non è una pausa
Chi arriva da fuori tende a leggere il tempo in modo pratico. Quanto manca? Quanto dura? A che ora ripartiamo? In Mauritania il tè introduce un'altra misura. Non quella dell'orologio, ma quella necessaria perché una conversazione abbia il tempo di cominciare.
La preparazione richiede gesti ripetuti. Il tè viene scaldato, corretto, assaggiato. Il liquido passa dalla teiera ai piccoli bicchieri e di nuovo indietro. Viene versato dall'alto finché sulla superficie compare la schiuma. Zucchero e menta accompagnano spesso il rito, ma ogni casa ha le proprie abitudini e chi prepara il tè ha il proprio modo di farlo.
Guardandolo per la prima volta si potrebbe pensare che sia una preparazione inutilmente lunga. È esattamente il contrario: quella durata è parte del suo senso.
Tre bicchieri, ma soprattutto tre J
In Mauritania si parla spesso della regola dei tre J: Jemaa, il gruppo, cioè la compagnia; Jmar, la buona brace; Jarr, il prendere il proprio tempo.

È una definizione bellissima perché solo una delle tre condizioni riguarda davvero il fuoco. Le altre riguardano le persone e il tempo.
Un buon tè non dipende soltanto da ciò che c'è nella teiera. Dipende da chi è seduto intorno, dalla disponibilità a restare e dal fatto che nessuno abbia troppa fretta di trasformare quel momento in qualcos'altro.
Per questo i tre bicchieri non sono semplicemente tre porzioni della stessa bevanda. Sono una piccola architettura del tempo. Il primo apre l'incontro. Il secondo lo lascia continuare. Quando arriva il terzo, quasi sempre è già successo qualcosa: una storia è stata raccontata, una domanda ha trovato risposta, qualcuno ha cambiato argomento, o ci si è semplicemente abituati alla presenza reciproca.
Il gesto di versare

Tra i gesti più riconoscibili c'è quello del tè versato dall'alto nei piccoli bicchieri. Il filo scende sottile, il bicchiere si riempie, poi il contenuto viene travasato ancora. La schiuma non è un dettaglio decorativo: fa parte del modo corretto di servire.
È un gesto che richiede attenzione e pratica, ma non viene esibito come uno spettacolo. Nella vita quotidiana appartiene alla normalità. Proprio per questo racconta molto: la cura non ha bisogno di essere eccezionale per avere valore.
Anche il fuoco conta. La brace tiene il calore senza imporre fretta. Il tè può restare lì, tornare sul fuoco, essere assaggiato ancora. Intorno, la conversazione fa la stessa cosa: procede, si interrompe, riprende.
Cosa succede tra un bicchiere e l'altro
Si parla di tutto. Di famiglia, di lavoro, di politica, del tempo, di una pista che forse è diventata difficile, di qualcuno che è partito o che sta per tornare. Si raccontano episodi, si ascoltano storie, si può discutere a lungo. A volte non succede nulla di particolare, e anche questo va bene.
Il tè non richiede un'occasione speciale. È proprio la sua quotidianità a renderlo importante. Crea uno spazio nel quale stare insieme senza dover giustificare il tempo che passa.
Esistono molte formule poetiche che attribuiscono ai tre bicchieri significati diversi: la vita, l'amore, la morte, l'amicizia, la dolcezza o l'amarezza. Le versioni cambiano. Più interessante, forse, è ciò che rimane uguale: non ci si ferma al primo bicchiere.
Il tempo non è vuoto
Per chi viaggia, soprattutto quando il programma è pieno, fermarsi può sembrare tempo sottratto alla strada. In Mauritania capita spesso di scoprire il contrario.
Una sosta per il tè può raccontare un luogo più di molti chilometri percorsi. Perché permette di vedere come le persone si incontrano, come si ospita qualcuno, chi prepara, chi serve, chi parla per primo e chi ascolta. Permette soprattutto di capire che il tempo condiviso non è un tempo vuoto in attesa che succeda qualcosa.
Qualcosa sta già succedendo.
È forse una delle cose più difficili da portarsi a casa dopo un viaggio. Non la ricetta del tè, non il modo di far comparire la schiuma, non la quantità giusta di zucchero. Piuttosto l'idea che non tutto debba essere accelerato per avere valore.
Restare fino al terzo
Viaggiare in Mauritania significa anche imparare che alcune distanze non si misurano in chilometri. Ci sono quelle tra due città, certo. Ma ci sono anche le distanze tra persone che ancora non si conoscono.
Per attraversare le prime serve una strada. Per le seconde, a volte, basta una teiera.
Forse il primo bicchiere serve per bere il tè. Gli altri due servono per restare.


Commenti